Anzoléti

Anzoléti, con questo nome chiamavano quei nostri compaesanelli infanti, vissuti troppo poco per non diventare subito angioletti nell’atto stesso di rendere l’ultimo respiro sulla terra. <> <>
Ogni altro giorno la campana suonava così. Ci morivano fitti, e nei mesi più crudeli, nelle grandi giornate estive, vivevamo in una nuvola di piccoli angioli avviati al cielo, che ci offuscava il sole.
Roberto, il primo Roberto di mia zia Lena, di cui questo di adesso rinnova il nome, morì a quattro anni di gastroenterite. Quando capii che stava morendo passai qualche ora di strazio assoluto …
Ciò che stava accadendo mi pareva insopportabile; sentivo che c’ero io, e presto ci sarebbe stata la cosa, e non credevo che si potesse coesistere.
Ora la cosa c’è, Roberto è morto, un oggetto color della cera che pare Roberto è restato sul sofà nel tinello della zia. adesso mi è già più facile sopportare, in quest’aria ovattata di lutto che soffoca i rumori: è come se la morte delle persone care producesse oltre al resto una vena di sollievo. …
Il giorno che lo seppellirono, fu portata in orto una poltrona dallo schienale alto, con le borchie di ottone, e le pie donne vi accompagnarono la zia Lena. L’orto nostro è aperto ai rintocchi del campanile, c’era un gran pino in fondo, era d’agosto. La zia Lena s’era abbandonata nell’assurda poltrona tra le aiuole delle dalie e degli ortaggi; le pie donne biascicavano.
Era quel momento che le cerimonie della morte sono fatte per isolare con purezza, quel momento irrazionale dello strazio, in cui esso non dà più senso e pare un sogno d’estate commentato dalle galline e dai coleotteri, in un fiotto di spazio tra qui e le colline, traslucido, infestato del gong della campana.
Libera nos a Malo, cap 1.
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