Non voglio vedere le linee

Mercoledì sera. Si inizia come al solito con due “BLEAH”: i disegni sono proiettati sfuocati (effetto blur) e progressivamente messi a fuoco. Il primo è una copia in gesso di una testa di cavallo di Fidia.

Prima della caduta dell’impero ottomano, la scultura greca era nota in europa solo per tramite di copie romane.

Gli originali si caratterizzano per la varietà delle sfumature e la vibrazione delle superfici:

le copie meno:

Il secondo disegno è di una statua ‘vista da sotto’

[Non so che statua fosse].

E’ stata un’esperienza intensa vedere/disegnare solo chiari e scuri, vuoti e pieni, fino praticamente all’ultimo. Ricorderò a lungo il piacere provato nel fare questo disegno:

E’ finito il riscaldamento, è passata mezz’ora e sono pronto per iniziare. Nell’ora successiva facciamo otto pose di particolari del nostro modello, presi con un piccolo mirino ritagliato in un foglio.

Dobbiamo fare una piccola preview in un angolo del foglio usando il mirino e poi disegnare il particolare su tutto il foglio guardando direttamente il modello. Emanuele ci minaccia: <<Non voglio vedere una sola linea>>, dice (davvero!).

Il senso dell’esercizio credo risieda nel costruire la struttura  dei chiari e degli scuri e solo alla fine abbozzare la figura. Abbiamo 5/7 minuti per ogni posa. E’ difficile non usare le linee, all’inizio ho pensato che fosse un esercizio contro-intuitivo ma ora no. La fusaggine è un mezzo fantastico, soprattutto quando usata sul lato liscio del foglio.

Di quest’ora ricordo la concentrazione, una sensazione persistente di ‘facilità’ e … il gesto del pollice con cui ho ‘schiacciato’ le pupille del disegno #2.

Bene, a questo punto Emanuele ci porta nell’altra stanza e ci fa bendare. So cos’è: una seduta di disegno aptico (letteralmente “toccare con attenzione”). uff!

Ci fa pescare  da un sacchetto pieno di piccoli oggetti di plastica. Pesco un soldatino: ha un cappello a falde affilate e fucile, è un cauboi, di quelli a gambe larghe da fissare al cavallo con due piccoli perni all’interno dei polpacci. Reminiscenze di lunghi pomeriggi passati a giocarci nella sabbia. Penso: ‘vado sul sicuro!’ e invece si rivela un oggetto ostico, pieno di rugosità e piccole pieghe che si alternano a lunghi bordi affilati. Ecco cosa ne è uscito: cappello, fucile, pantaloni di cuoio e tutto il resto che c’era nella mia memoria.

Facciamo un altro giro e pesco un secondo soldatino, stavolta è un indiano (mavà?). Chiedo di cambiare e … pesco un altro indiano.  Mi rassegno. Questo ha arco e frecce, piume in testa e … piccoli perni all’interno dei polpacci. Il fanciullino dentro di me sorride, io ho capito che mi tocca. Ricordo un ‘forte’ costruito da noi fratelli con il seghetto e il compensato. Con le porte del saloon  tenute su da pezzi di camera d’aria per aprirsi nei due sensi, uguali a quelle finte dei film.

Gli indiani stavano fuori nella sabbia e le prendevano da tutti: cauboi, cecchini, nazisti, paracadutisti, motociclisti e dinosauri. vabè.

A questo punto sono pressoché cotto. Ma c’è da restare concentrati per un ultimo esercizio che sarà una rivelazione! Ci chiede di mettere una carta carbone sopra il foglio  e di disegnare su di essa, stavolta a occhi aperti. In questo modo puoi guardare l’oggetto ma non puoi vedere il risultato sul foglio perché coperto dalla carta carbone: è una variante di disegno cieco

Ecco qui il mio piccolo indiano:


Ok, con i disegni per stasera abbiamo finito. Sui gomiti, ma abbiamo finito.

Resta una mezz’ora: il tempo di farci vedere un po’ di disegni di Rinus Van de Velde alti tre metri fatti usando la fusaggine su immagini proiettate. Le immagini sono state scelte da un archivio. Così in sequenza scopro che 1) la tecnica del disegno è stata rivalutata dalle avanguardie [dal 2001. perchè?] 2) l’archivio delle immagini è una vera ossessione per i giovani artisti.

Sono un esperto di archivi: subisco il fascino delle catalogazioni, i rischi dell’algebra. Mi torna alla mente il bibliotecario di Musil … com’era quella citazione?

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